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U. Boccioni: Dinamismo di un ciclista, 1913

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Con la presunzione e l’ignoranza dell’osservatore che cerca figure note ed intellegibili, ho cercato il ciclista, ho cercato una bicicletta... poi mi sono chiesto se era quello il modo giusto di osservare il quadro o se, piuttosto, non mi stavo
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  Giuseppe Esposito U. Boccioni ge 1 U. Boccioni: Dinamismo di un ciclista , 1913, olio su tela, cm 70 x 95, Venezia, Peggy Guggenheim Collection (deposito Collezione Mattioli)  Autore: Umberto Boccioni (1882-1916)  Titolo: Dinamismo di un ciclista Datazione: 1913 Tecnica: Olio su tela Dimensioni: 70 x 95 DATI TECNICI Collocazione: Venezia, Peggy Guggenheim Collection CONTESTO STORICO ARTISTICO Quattro anni sono passati dalla pubblicazione del  Manifesto del Futurismo  di  Marinetti  cui Boccioni contribuisce con tutta la foga dei suoi 28 anni e solo tre dal  Manifesto Tecnico della Pittura Futurista. È il momento della nascita di un vero sistema complesso che non si limiterà alla pittura, ma coinvolgerà ogni campo dell’intellettualismo artistico: dall’architettura, alla musica, al cinema, alla radio, è la spinta ad una rottura drastica con il passato, la violenta esplosione di dinamismo che rompe la pacata monotonia di un’arte giudicata quasi ferma e sempre simile a se stessa. Nella pittura, che qui più ci interessa, si cerca di fondere quell’arte, in quanto prodotto intellettuale, con la velocità e con il suo simbolo emergente, un prodotto anch’esso dell’ingegno umano, ma pur sempre summa  della materia meccanica, sterile e statica, resa viva solo dall’azione dinamica dell’uomo: l’automobile . È quasi un atto che rasenta la blasfemia in un desiderio di “ creare ” il nuovo modo di vedere il mondo, o forse di plasmarlo a propria immagine in una visione continuamente dinamica che gli artisti cercano di trasporre nella bidimensionalità della tela. Una sintesi del movimento che vuole  Giuseppe Esposito U. Boccioni ge 2 concretizzare in un unico fotogramma stadi differenti del movimento in quello che non può che diventare un caotico intreccio di linee e colori, come se si cercasse di vedere un paesaggio da un treno lanciato in corsa guardando ortogonalmente dal finestrino. Macchie, linee, intrecci, esplosione di colori violenti (chè quelli più tenui non si possono percepire, né focalizzare) , frammenti di vita che corrono in senso opposto quello di marcia e che l’occhio non può che accomunare in un grande mosaico indistinto. LETTURA ICONOGRAFICA  // ANALISI STILISTICO FORMALE U. Boccioni, Forme Uniche nella Continuità dello Spazio, 1913, bronzo,  Milano Museo del  Novecento   Con la presunzione e l’ignoranza dell’osservatore che cerca figure note ed intellegibili, ho cercato il ciclista, ho cercato una bicicletta; mi è sembrato di scorgere sullo sfondo, in alto a sinistra, una collina con filari di viti poi, quasi al centro, un cono indistinto che punta verso il basso mi ha fatto pensare alla forcella anteriore e le pennellate violente al di sopra di una forma arrotondata, mi hanno convinto che si tratta di una ruota che gira vorticosamente, in cui bianche striature su uno sfondo violaceo fanno pensare a schizzi di acqua da una pozzanghera superata in velocità. Forse ho anche trovato un pedale… E se quella è una forcella, se quella è una ruota, allora poco più sopra ci deve essere un manubrio ed un braccio blu che lo congiunge ad una spalla e ad un corpo; mi sono così convinto che quella sorta di “virgola”, in alto, quasi al centro della tela, debba essere un volto, o forse solo un cappello. Poi mi sono chiesto se era quello il modo giusto di osservare il quadro o se, piuttosto, non mi stavo limitando a guardarlo cercando di trovare quel che vedevo ogni giorno nel mio mondo, fatto di vere biciclette e di veri ciclisti, dimenticando che il desiderio dell’artista era quello di mostrare la realtà: “se vuoi una vera bicicletta ed un vero ciclista,  mi sono detto,  prendi una foto e sarai completamente soddisfatto”  se… se è davvero questo che vuoi; ma chiediti poi, se è arte, se quella bicicletta, ferma, magari appoggiata ad un lampione, magari fotografata in bianco e nero, con la luce giusta, con i giusti riflessi e giochi di luce, con l’ambientazione esatta magari di quel  Lungo Senna , riesce a darti il senso dinamico che c’è nel quadro di  Boccioni . La mia immaginaria foto forse è eccellente, è artistica , ma non mi fa sentire che quell’oggetto possa muoversi o essere così esplosivo e coinvolgente nel suo dinamismo. Siamo oggi circondati da dinamismi ben più accentuati che non quello di una bicicletta e per godere appieno dell’opera di Boccioni dobbiamo fare un altro sforzo, quello di dimenticare! Non esistono  jet   supersonici, non missili, non treni superveloci, non gran premi di  formula uno , siamo nel 1913; l’automobile non ha ancora neppure 30 anni, è una nuova invenzione e se ne vedono talmente poche in giro che è ancora la bicicletta a segnare il passaggio dalle quattro zampe dei cavalli al dinamismo ed all’autonomia di movimento dell’uomo. Il Futurismo  vuole essere un taglio netto con il passato artistico, un cazzotto nello stomaco  della società delle crinoline  e dei cappelli a  Giuseppe Esposito U. Boccioni ge 3 cilindro ! Come nella contemporanea “ Forme uniche nella continuità dello spazio ”, in cui la “ liquidità ” delle forme rotondeggianti bronzee coinvolge lo spettatore in un movimento che sembra solamente sospeso, come in un’istantanea fotografica, qui  Boccioni   dice , con la sua pennellata diseguale, con le linee frammentate, i piani sovrapposti ed i colori violenti, che questo  E’  il “  Dinamismo di un ciclista ”. Dunque questo deve essere! A me non resta che accettare il suo modo di vedere e cercare di farlo mio dimenticando forcelle, ruote, manubri, uomini, debbo farmi coinvolgere, farmi trascinare dentro l’opera assimilandone il movimento, vivendolo e diventando io stesso il movimento poiché questo è davvero quel che l’artista vuole: non farmi vedere una cosa , ma farmi vivere una sensazione  e, in questo, credo che Boccioni abbia raggiunto lo scopo che, nel manifesto del 1910, ben viene sintetizzato: “ …per dipingere una figura non bisogna farla; bisogna farne l’atmosfera… ”. Roma, 11 febbraio 2013 Giuseppe Esposito
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