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Grammatica Torrese 11 -Legazione vocalica

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Grammatica Torrese 11 -Legazione vocalica
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    A Lenga Turrese La Grammatica 11 - Legazione vocalica Salvatore   Argenziano     2 LA LEGAZIONE VOCALICA Per legazione vocalica s’intende quel fenomeno fonetica per cui, due parole in sequenza vengono pronunciate come se si trattasse di una sola parola. In questi casi l’accento tonico della prima parola si conserva ma con intensità minima, mentre l’accento tonico della seonda parola diventa preponderante. A màna mòrta > a manamòrta.  Nel dialetto torrese la vocale finale ha, normalmente, un suono indistinto. In alcuni casi può avere suono chiaro e distinto e ciò avviene quando la pronuncia della  parola è legata a quella che segue. A ròsä  , con pronuncia evanescente della finale,  a rosa róssa  con  pronuncia distinta della finale.  Nel Dizionario della Lenga Turrese, le vocali finali delle parole con desinenza - e - i - o -, sono state riportate col simbolo delle vocali evanescenti:  ë, ï, ö. abbacàntë - antëcëstunï - abbafuógnö.  Non così per le parole con desinenza - a -, per la particolare caratteristica di conservazione immutata nella legazione vocalica: a casa rossa, a rosa gialla, a mamma toia.   3 Ciò non avviene per la desinenza evanescente - ë - che cambia in - i -:  bellë cose > belli ccose. Così per la desinenza - ö - che diventa - u -: tantö tiémpo > tantu tiémpo, tantö pepe > tantu ppepe. Invariata, come per la - a -, resta la desinenza - i -: Ce stevano belli signuri, e sfurgianti ffemmine. Ricapitolando, gli esiti della legazione vocalica si concretizzano nelle vocali - a -, - u -, - i -. L’ipotesi giustificativa di queste trasformazioni sarebbe spiegata con l’intervento del fenomeno della apofonia, variazione delle vocali pretoniche, così come avviene  per la metafonia, variazione delle vocali toniche.  Nella metafonia e nell’apofonia la - ó -  chiusa esita in - u -  mentre la - é -  chiusa esita in - i - . Io cóso, tu cusi. Io pésco, tu pischi.   4 La prima osservazione è che non trovo esito apofonetico per la vocale - a -: a casa toia, dove la - a - finale di casa  è aperta, e dovrebbe, se ci fosse apofonia, subire la variazione da aperta a chiusa ed esitare in - á - chiusa. Da quel che mi risulta, nel dialetto torrese, anche la vocale - a -, ha esito metafonetico e apofonetico, con esito - á.- chiusa, quella già denominata ottava vocale. Esempi di metafonia e apofonia: Io pàrlo > tu párli. Io parlàvo > tu párlávi, dove le due - á - di parlavi sono chiuse.. Continuo con una seconda osservazione dubitativa dell’ipotesi apofonia. Perché, mi chiedo, che, in presenza di sostantivi neutri singolari, tantu ppepe, e sostantivi femminili plurali,  belli ccose, si ha il raddoppio consonantico? A cosa è dovuto questo “mistero ortografico” del napoletano? Premesso che sia l’articolo singolare neutro - u - , da illud latino che l’articolo plurale femminile - i - , da illis (?) latino sono generatori del raddoppio consonantico iniziale (raddoppio sintattico), una considerazione mi viene spontanea dall’osservazione di questi esiti. Le tre vocali in oggetto corrispondono ai tre articoli determinativi attualmente del dialetto torrese ma probabilmente forme arcaiche anche del napoletano (vedi Raffaele Andreoli - Vocabolario Napoletano - Italiano). Cosa significa ciò? Sarà un puro caso? Non intendo trarre conclusioni scientifiche ma non posso fare a meno di esporre qualche considerazione in proposito.   5 Azzardo un’ipotesi. Nella legazone fonetica interverrebbero gli articoli - a -, (nel genere femminile)  - u - (maschile   e neutro) e - i - , (plurale maschile e femminile). Il raddoppio riscontrato sarebbe dovuto all’intervento duplicante dell’articolo neutro singolare - u -  e dell’articolo - i -  plurale feminle. Per successive eliminazioni si avrebbe: A mana la morta ; da cui a mana a morta > (per assimilazione dell’articolo con la desinenza precedente)  a mana morta.   Belle li ccose:  da cui  belle i ccose  >  belli ccose . (Ancora assimilazione vocalica). Belli li signuri: da cui belli i signuri > belli signuri. Tanto lu tiémpo: da cui tanto u tiémpo > tantu tiémpo. Tanto lu ppepe: da cui tanto u ppepe > tantu ppepe. La comparazione tra parlate e dialetti diversi può, a volte, fornire elementi a sostegno di tesi inspiegabili con l’analisi del nostro dialetto. L’evoluzione fonetica non sempre ci consente di risalire alla forma srcinaria e formulare ipotesi attendibili. L’amico Silvio Falato di Guardia Sanframondi mi conferma che nel suo dialetto e in quello del vicino paese di Cerreto, l’espressione - tanto tempo- è pronunciata - tanto lu tiémpo -. Senza voler trarre conclusioni dalla comparazione ma il sospetto rimane. Salvatore   Argenziano  
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